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Giornale di Brescia
"Da Minnie the Moocher a Momo, in un libro la storia dei videoclip"
Data: 16/03/2007
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Edizione: 16/03/2007   testata: Giornale di Brescia   sezione:CULTURA
Da «Minnie the Moocher» a Momo, in un libro la storia dei videoclip 
Il video «Bachelorette» di Bjork, diretto da Michel Gondry (1997)
Il video «Bachelorette» di Bjork, diretto da Michel Gondry (1997)
ROMA - «Oggi l’elemento più influente è Internet, ma You Tube è il caso mondiale più eclatante del momento. I videoclip sono come dei topolini che si infilano sempre da qualche parte. Una specie di virus inarrestabile che sta sopravvivendo, e anzi sono nel periodo di maggior salute, persino alla più grave crisi industriale della musica che si ricordi. Questo vuol dire che il videoclip è più forte della musica stessa»: ne è convinto Domenico Liggeri, 37 anni di Catania, autore tv, docente universitario e ora autore di «Musica per i nostri occhi - Storie e segreti dei videoclip» (ed. Bompiani, 878 pp.).
Il poderoso volume, che sarà presentato a Francoforte per un lancio internazionale, racconta la storia mondiale dei videoclip. «Il libro nasce da una mia ricerca cominciata 12 anni fa - racconta Liggeri, che tramite una clip ha scoperto Momo, lanciata da Chiambretti al Dopofestival -. Da allora mi sono aggiornato continuamente, cercando materiali in tutto il mondo, spulciando negli archivi personali di chi si era interessato alla materia. Ho raccolto più o meno tutto quello che è stato scritto sul mondo dei videoclip, dal ’77 ad oggi, in tutto il mondo». In questa minuziosa ricostruzione, Liggeri (che ha visionato personalmente circa 3.500 video) fa risalire l’origine del fenomeno alla fine degli anni ’20, con l’avvento del sonoro. Erano cortometraggi musicali, i cosiddetti jazz-film o jazz-tune, con protagonisti star del jazz come Duke Ellington. Il primo videoclip moderno arriva nel 1932, è «Minnie the Moocher», diretto da Dave Fleischer con le animazioni di Willard Bowski e Ralph Somerville. La prima inquadratura, fissa, mostra l’artista dal vero mentre anticipa il celebre passo di danza di Michael Jackson, il «moonwalking».
I padri italiani del videoclip sono i ’cinebox’, sorta di juke-box visivo, imitato dagli americani alla fine degli anni ’30. «Erano usati da ’giovani sconosciuti’ come Celentano, Paoli e Gaber - racconta Liggeri - come forma alternativa di promozione per artisti che non avevano libero e consolidato accesso alla tv. La pellicola doveva andare in sincrono con il vinile, e questo comportava qualche problema. Il regista che ha segnato quell’epoca è stato Enzo Trapani».
Il videoclip tecnicamente più impressionante? «Bachelorette» di Bjork, degli anni Novanta, risponde Liggeri, per il quale la clip «ha gli stessi stratagemmi di Meliès, del cinema muto». Quanto gioca l’elemento sesso nei videoclip? «Esattamente come nel cinema, in tv e in pubblicità. Dovendo colpire l’attenzione in pochi secondi, si usano i feromoni. Nei video hip-hop le donne sono schiavette, elemento di una cultura machista ridicola che però frutta milioni di copie». Nessun dubbio, poi, sul ruolo della moda: «Fu Mtv a ’scoprire’ che i ragazzi compravano l’abbigliamento delle star dei videoclip. Fu il sintomo della rivoluzione culturale dei video, più forte di ogni altro elemento mediatico, comprese letteratura e politica». Insomma, «nulla ha unito di più della clip, neanche la musica». 
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